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Agosto: quali verdure e quale frutta comprare in questo mese?

Agosto è sinonimo di mare e vacanza. E’ il mese delle angurie, dei primi fichi, dell’uva e dei frutti di bosco, ma anche di cetrioli melanzane, peperoni, pomodori e zucchine.

Ecco i consigli B-Woman su quali verdure e frutta non possono mancare nel carrello della spesa di agosto

VERDURE E LEGUMI

Cetrioli, melanzane, peperoni, pomodori, zucchine, fagioli, Bietola, ceci, fagiolini, lenticchie, patate, peperoncino verde, ravanelli, rucola, scalogni, aglio, carote, erba cipollina, cipolla, lattuga, piselli, sedano, cavolo cappuccio

FRUTTA

Angurie, fichi, uva, uva spina, albicocche, fichi d’india, meloni, prugne, susine, ciliegie, amarene, lamponi, mandorle, mirtilli, more, noci, pesca gialla, pesca bianca, ribes

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7° storia – Decidere per una vita senza figli

La storia di Andrea e Celeste

Da sempre ho desiderato il numero tre, ho mantenuto poi la convinzione che avrei avuto almeno un due, ma adesso sono un uno. Raccontata cosi sembra una storia tristissima,  ma in verità l’infertilità ha incredibilmente rappresentato la chiave di volta della mia vita.

Non ho mai ritenuto la mia condizione il frutto di un’ingiustizia, perché, nonostante l’avessi desiderato da sempre, a decidere di avere un figlio ci sono arrivata a 41 anni. La consapevolezza che la mia riserva ovarica non avesse lo stesso aspetto del mio volto che sembrava ancora ventenne ce l’avevo e come, ma in quegli anni, abituata a ottenere più o meno tutto nella vita, ero convinta che se anche le possibilità sarebbero state il cinque per cento, io sarei rientrata in quel cinque per cento. Passarono cosi altri due anni, iniziai a  chiedermi   se fosse giusto  pensare a ciò che non era ancora accaduto con la speranza che prima o poi  potesse verificarsi, perdendo di vista nel frattempo la vita che inesorabilmente andava avanti. Mi fermai e bussai alla porta della PMA. Cicli negativi, da li a breve arrivò la proposta di poter ricorrere alla fecondazione con donazione di ovociti. Ecco forse l’aspetto su quale mi sentivo meno “comoda” e sul quale nutrivo più resistenze era proprio quello della  donazione. Credo che per una persona ipercontrollante accettare la presenza di un estraneo in quella che forse è la sfera più intima di una coppia sia davvero una grande sfida. Io la persi,  non nutrivo grandi preoccupazioni sulla mancanza del legame genetico, perché il mio più grande punto di riferimento nella vita è sempre stato il mio patrigno, ma l’idea di un terzo non la accettavo. Rimasi ancora nel dubbio della decisione e in quel periodo mi fu di grande aiuto una domanda che mi rivolse la mia psicologa, con la quale, appunto, lavoravo da tre anni sul tema del controllo. Mi chiese nell’eventualità di decidere per una vita senza figli quale  sarebbe stato l’aspetto più difficile da affrontare. Pensai: “accettare di non poterne avere”.  Mi sembrò una risposta più che esaustiva rispetto alla direzione che avrei dovuto prendere, ma non volli lasciare nulla di intentato e decisi di accompagnare Andrea  a Santo Domingo che doveva seguire i lavori per la costruzione del suo piccolo villaggio turistico, forse un viaggio ci avrebbe aiutato a fare ulteriore chiarezza. Da Santo Domingo non tornammo. Divenni madre per  otto volte, otto ragazzini meravigliosi che abitavano nei paesi vicini alla zona costiera. Non fu beneficienza, ma fu una specie di istinto quello di  voler trascorrere gran parte delle mie giornate assieme a loro.  Tornai a Roma dopo due anni senza Andrea, la decisione fu presa di comune accordo, fu sofferta, ma entrambi avevamo imparato che il volersi un gran bene non  sarebbe più stato sufficiente. La consapevolezza che mai nessuno mi chiamerà mamma, fa ancora male, ma ho imparato a conviverci.  L’infertilità ha fermato il mio tempo e ad oggi posso dire di averne tratto beneficio. Ho sempre pensato che la mia vita dovesse andare in un modo soltanto senza pensare se davvero fosse quello che desideravo. Oggi posso dire di  aver trovato altri modi per sentirmi appagata, modi che molto probabilmente senza il percorso che ho affrontato non sarei mai stata in grado di trovare.

I consigli

Quando una coppia si muove nella direzione di  rinuncia, deve confrontarsi con l’idea che il progetto condiviso di genitorialità è perduto. Questa decisione rappresenta forse il momento più doloroso per entrambi i coniugi.

 Un primo aspetto riguarda  proprio il termine decisione che viene privato del suo significato di libera scelta e viene considerato come un qualcosa di  imposto o come l’unica opzione possibile tra diverse alternative di genitorialità, che non collimano con il desiderio maturato da quella coppia, questo rende ancora più difficile considerare quelli  che potrebbero rappresentare i risvolti positivi di una tale decisione.

Inoltre va considerato che, per chi ha intrapreso la  PMA, la rinuncia di un figlio biologico, si inserisce come chiusura di un percorso, un percorso costellato  di speranze, delusioni,  sacrifici ed aspettative.

Il tema delle aspettative è un altro fattore che merita uno spazio di riflessione

Molte coppie, infatti, iniziano un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita solo pensando in termini positivi, ovvero maturando la convinzione  che nel loro caso l’infertilità verrà risolta. Questo modo di pensare non è determinato solamente dalla predisposizione della coppia a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, ma è alimentato anche da un contesto esterno mediatico estremamente fuorviante.  Molte coppie scelgono il centro in base alle informazioni che dispongono sul ginecologo di riferimento, quello che gode di fama internazionale,  quello che fa miracoli, quello che partecipa a centinaia di congressi e che  viene continuamente intervistato, incrementando l’idea che  affidandosi a lui, molto probabilmente riusciranno a risolvere il problema;   ci sono  poi le innumerevoli  informazioni riportate  sulle testate giornalistiche, la maggior parte legate al tema del successo, come ad esempio gravidanze ottenute a 51 anni o centinaia di casi in cui si termina il percorso con il bambino in braccio,  raramente si legge dei  possibili fallimenti. E’ chiaro che tutto questo condiziona la coppia a mettere in preventivo solo il successo, negando un dato di realtà importantissimo ovvero quello del possibile fallimento e quando questo arriva, la delusione e il dolore sono ancora più intensi.

Il tema dell’accettazione è un altro aspetto da prendere in considerazione

Un altro aspetto da considerare quando si termina un percorso di PMA, è il tema dell’accettazione, dove per accettazione si intende prendere coscienza e imparare a convivere con qualcosa che non è possibile modificare. Per Celeste, questa parola in realtà è stata catartica, poiché ha preso consapevolezza del fatto che la delusione fosse più legata all’ammettere di non poter  avere un figlio che non al desiderio del figlio stesso, ma per molte altre coppie,  che considerano il volere mettere al mondo un bambino come  una pura forma d’amore, come un darsi totalmente  all’altro, è chiaro che il doversi confrontare con l’irrealizzabilità di tale desiderio, diventa emotivamente più doloroso.

Molte coppie, poi, hanno un’idea falsata del vivere senza figli.

Spesso nutrono la paura di rimanere bloccati in quel vissuto di tristezza dal quale si sentono sopraffatte nel momento stesso in cui si trovano a doversi chiedere se lasciare andare o meno  il progetto di genitorialità, se tentare ancora o considerare altre opzioni,  oppure si convincono dell’idea che la vita senza figli sia una vita vuota, o ancora che potranno pentirsi un domani della scelta fatta e che forse sarebbe stato meglio contemplare altri modi per diventare genitori come ad esempio l’adozione o la fecondazione con donazione di gameti.

Nel primo caso è importante che la coppia riconosca che solo una parte del dolore che si sta sperimentando nel momento attuale, deriva dalla mancanza di un figlio, il vissuto emotivo negativo deriva anche dall’esasperante incertezza se si potrà  mai essere un genitore. Nel momento stesso in cui la coppia si dà il permesso di “lasciar andare”, potrà liberarsi da questa incertezza e dal continuo domandarselo, emergendo dalla pesantezza del dolore e attivandosi per un nuovo progetto di vita. Anche che la vita senza figli rappresenti inevitabilmente una vita vuota è una credenza disfunzionale. E’ chiaro che lo diventa nel momento stesso in cui la coppia non si dà il permesso di liberarsi dal vissuto di tristezza e fallimento  impedendosi di investire in nuovi obiettivi e  in nuovi interessi. La vita senza figli infatti comporta un guadagno in termini di tempo e libertà che sono entrambe due ottime risorse per accrescere il proprio sviluppo personale, di coppia, professionale e relazionale. Infine, la paura di un possibile rimpianto, fa parte di ogni processo decisionale, l’ambivalenza è una componente della condizione umana,  ci saranno  inevitabilmente  giorni in cui ci si troverà a chiedersi  se prendendo una decisione diversa si sarebbe stati più felici. Ma questo aspetto fa parte di ogni scelta che riguarda la propria vita: la parola decidere significa, infatti, rinunciare a qualcosa.

La mancanza di un figlio, inevitabilmente rappresenta un dolore da elaborare, l’importante è che la coppia non lo viva come una condanna eterna, se ci si concede l’opportunità di andare avanti,  ci si renderà conto che esistono migliaia di matrimoni felici e di vite ugualmente realizzate anche in assenza di figli, cosi come esistono innumerevoli modi per essere ugualmente generativi anche senza la presenza di un figlio biologico.

 

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Il burro chiarificato rispetto al burro normale ha un punto di fumo più alto e per questo è preferibile per le cotture

 

Che cos’è il burro chiarificato – Ghee

Il burro chiarificato non è altro se non il burro normale filtrato, al quale viene tolta la maggior parte di acqua.

Un esempio: se fate sciogliere 250g. di burro in una pentola per un’ora e mezza e poi lo filtrate in un colino e lo lasciate raffreddare otterrete 175g. di burro chiarificato – Ghee.

Le qualità e capacità del burro chiarificato – Ghee

Il burro chiarificato è un grasso puro perché è stato privato della parte acquosa, delle proteine e del lattosio contenuti nel burro classico. Ecco perché è consigliato per gli intolleranti al lattosio. Questo burro ha la capacità di eliminare le tossine e rinforzare il sistema immunitario.

Differenze tra il burro normale e quello Chiarificato

Mentre il burro normale è preferibile usarlo a crudo perché conserva tutte le sue proprietà o al massimo a 120 gradi, il burro chiarificato resiste meglio alle temperature più alte perchè costituito al 99% da grasso puro. Inoltre quest’ultimo, a differenza del burro comune, non si ossida e si conserva a lungo anche a temperatura ambiente.

Utilizzo del burro chiarificato

Il burro chiarificato è molto usato nella cucina ayurvedica, una cucina associata all’ayurveda, una medicina tradizionale indiana basata sull’equilibrio delle energie e degli elementi.

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LO SAI CHE la bioimpedenzometria (BIA) è una delle metodiche più precise e veloci per la valutazione della composizione corporea?

L’estate è ormai alle porte e la prova costume si avvicina! Non vi preoccupate venite a provare la bioimpedenzometria: un esame che permette di vedere come sta il tuo corpo prima di cambiare la tua alimentazione o la tua attività fisica.

Che cos’è la BIA

È una tecnica che stima la

• massa GRASSA corporea (FM)

• massa NON GRASSA corporea (FFM), distinguendo tra:

✔️ MASSA CORPOREA EXTRACELLULARE (ECM), ossia i liquidi

✔️ MASSA CORPOREA CELLULARE (BCM), ossia la massa muscolare

Differenza con il peso indicato dalla bilancia 

Mentre il peso indicato dalla bilancia non ci fornisce informazioni sulla quantità di massa grassa e massa muscolare che abbiamo, né ci indica se siamo ben idratati o se per contro siamo in una condizione di disidratazione o ritenzione idrica; la bioimpedenziometria, invece, ci dà informazioni su tutti questi aspetti

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LO-SAI-CHE-una-fetta-di-pane-fresco-chiede-automaticamente-un-condimento-gustoso-Può-essere-un-buon-olio-e-perchè-non-una-crema-spalmabile-1200x1200.jpg

LO SAI CHE una fetta di pane fresco chiede automaticamente un condimento gustoso?

Può essere un buon olio e perchè non una crema spalmabile

Le creme spalmabili

La più famosa è certamente la nutella, che nei suoi esordi, veniva venduta proprio così, spalmata su una fetta di pane.

Come scegliere la crema spalmabile migliore?

Partiamo dall’etichetta: le immagini HANNO IL SOLO SCOPO ILLUSTRATIVO.

Non andiamo ai valori nutrizionali, vediamo prima la lista degli ingredienti: sono scritti in ordine DECRESCENTE, ciò vuol dire che il primo ingrediente è predominante nel prodotto, e via a scalare.

Come scegliere una crema spalmabile di nocciole?

Nel caso in cui stiamo cercando di acquistare una crema di nocciole, il primo ingrediente devono essere proprio queste ultime!

Dopo questo step, per confrontare due prodotti tra di loro, bisogna consultare i valori nutrizionali, ad esempio, la quantità di zucchero presente per 100g.

Riusciremo così ad avere una panoramica di ciò che stiamo acquistando (le creme di nocciola in commercio nelle grandi distribuzioni presentano al massimo tra il 45 ed il 60% di nocciole).

Ma se volessimo fare una scelta ancor più salutare?

Dobbiamo dirigerci verso le creme 100% frutta secca.

Sono composte esclusivamente da: mandorle, nocciole, arachidi, anacardi! Vengono tostati, frullati e sono pronti al consumo sotto forma di crema, per questo in realtà sono facilmente replicabili anche in casa.

Ovviamente in questi prodotti l’etichetta è decisamente semplice, e non ci sarà alcuno zucchero o olio aggiunto, ma la lista ingredienti sarà ad esempio, mandorle 100%.

Un aiuto nella gestione dei picchi glicemici

Inserire queste creme nella propria alimentazione in maniera mirata, può essere di aiuto nel gestire picchi glicemici: ad esempio, una gustosissima merenda con banana e crema di arachidi, la componente grassa degli arachidi, bilancerà il quantitativo di zuccheri naturalmente presenti nella banana.

Ogni crema, ha delle proprietà diverse a seconda del frutto che viene utilizzato

Mediamente una crema di mandorle in 100g contiene:

22g di proteine

55g di grassi

Le mandorle sono inoltre ricche di potassio calcio e magnesio

A confronto, una crema di arachidi contiene invece mediamente 29g di proteine, 50g di grassi e una quantità un pò più bassa dei micronutrienti sopra descritti.

Perchè queste creme dovrebbero essere inserite nell’alimentazione?

Prima di tutto perchè sono buonissime!!

Sono fonte di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi, sono considerati grassi “buoni”, in quanto favoriscono la sostituzione del colesterolo LDL presente nel sangue, che è causa di infarti e di ostruzioni vascolari, con colesterolo HDL, il cosiddetto colesterolo “buono”.

Una dieta equilibrata, in particolare per le donne, deve prevedere e considerare l’utilizzo di “grassi buoni”, soprattutto per quel che riguarda la sfera della fertilità, poichè vengono utilizzati come substrati energetici durante la maturazione degli ovociti. Inoltre, contengono antiossidanti (es. Vitamina E), sostanze in grado di contrastare i radicali liberi e proteggere l’organismo dalla loro azione negativa come l’accelerazione dei processi di invecchiamento cellulare, o l’insorgenza di alcune patologie.

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6° storia – La gravidanza dopo un percorso di PMA. SI può vivere con tranquillità?

 

La storia di Carlo e Sveva

C’è un negozio sulla via principale del centro dove abito,   il negozio preso d’assalto dalle donne in gravidanza,  quello di nicchia,  dove qualunque cosa indossi ti senti una supermodella sul red carpet… con il pancione.

Quante fantasie su quel negozio… quante volte ho  sognato il giorno in cui sarei entrata con una certa fierezza inarcando la schiena a 360 gradi per mettere in evidenza la pancia e poter dire alla commessa “sì, si sono incinta”.

Be’ quel momento era arrivato e io per tutta la gravidanza l’ho evitato come la peste.

E’ assurdo, anzi ero io a percepirmi assurda,  quattro anni di saliscendi continui, di speranze, delusioni,  sacrifici. Avevo finalmente ottenuto il mio premio, il  mio meritatissimo premio-gravidanza, quindi per quale inspiegabile motivo non mi sentivo al settimo cielo? Me lo chiedevo continuamente.

Ricordo che durante quei quattro faticosissimi anni, vivevo l’idea di un bambino,  oltre che come la realizzazione di un sogno,   come  una vera e propria liberazione dal mio corpo infertile e da tutte quelle sensazioni  spiacevoli che mi avevano accompagnata durante quel periodo.

Il paradosso era che con la gravidanza quelle sensazioni spiacevoli si erano moltiplicate. Cercavo rassicurazioni continue  dai medici, facevo le stesse ecografie da più ginecologi, sembravo una specie di orfanella che vagava di porta in porta in cerca di qualcuno che le dicesse: “Stai tranquilla Sveva. Sta andando tutto bene.”

Poi c’era quel maledetto senso di colpa che mi martellava  nella testa;  se prima lo sentivo verso mio marito che stavo privando della possibilità di diventare padre, adesso era rivolto a tutte le donne infertili  del pianeta. Se prima mi chiedevo:  perché loro sì e io no? Adesso era:  perché  io sì e loro no? Se prima vivevo l’infertilità come un’ingiustizia, adesso sentivo di non meritarmi la fertilità.

Forse era proprio questo il punto, non capivo  più se fossi fertile o infertile, o meglio forse ero una donna infertile che era rimasta incinta grazie alla PMA… ma se non ci fossero stati più  trattamenti, stimolazioni,  ce l’avrei fatta da sola? Il mio corpo, che quando doveva dare la vita si era messo in pausa, avrebbe portato a termine il suo dovere? La verità è che ero terrorizzata dal sentirmi e dal mostrarmi felice agli occhi degli altri, ero convinta che nel momento in cui avrei abbassato la guardia, sarebbe successo qualcosa di terribile.

Percepii di essere arriva al limite, quando sentii un giorno Carlo parlare con il suo migliore amico  sul pianerottolo di casa. Si lamentava del fatto che sembrava non andarmi bene niente, prima con l’infertilità e ora con la gravidanza. Fu in quei giorni che iniziai a comportarmi in modo più “normale”:  comprai  dei vestitini, iniziai a toccarmi la pancia e a parlare ai miei bambini.

I gemelli nacquero l’undici settembre di due anni fa e con loro nacqui io come mamma.

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Torta caprese

Ingredienti

  • 200 gr di mandorle tritate
  • 200 gr di cioccolato fondente all’85%
  • 4 uova
  • 70 gr di zucchero di canna integrale
  • 2 cucchiai di crema di mandorle
  • 70 ml di olio di oliva

Separa gli albumi dai tuorli e montali a neve ben ferma. Nel frattempo, mescola i tuorli con lo zucchero per circa 10 minuti(il composto dovrà risultare cremoso simile ad uno zabaione) e fai sciogliere a bagnomaria il cioccolato. Unisci ai tuorli, il cioccolato, le mandorle, l’olio e la crema di mandorle. Mescola bene per amalgamare tutto e unisci infine gli albumi (lentamente dall’alto vs il basso per non smontare il composto). Imburra una teglia dal diametro di 20/22 cm e cuoci in forno preriscaldato a 180 gradi per circa 40 Minuti. Se gradisci una volta sfornata spolvera la superficie di zucchero a velo.

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2 Torta Caprese 3
2 Torta caprese

Ricette ideate dalla nutrizionista  Gemma Fabozzi in collaborazione con Mara Soul Kitchen 

 

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4° storia: affrontare un fallimento a seguito di un percorso di fecondazione assistita. Un dolore da elaborare

La storia di Luca e Giulia

Gregorio ha i capelli rossi e gli occhi azzurri, carnagione chiarissima e un sorriso contagioso, a sei anni ha già capito come gira il mondo, caratterialmente è la perfetta sintesi dei miei cugini, forse più del papà. Fisicamente non c’entra nulla con loro perché  è stato adottato. Ogni volta che  lo porto in giro, ogni volta che gioco con lui, lo guardo e mi dico: quanto vorrei considerare un bambino come te la mia alternativa migliore, quanto vorrei che il piano B rientrasse nella mia idea di maternità. Essere cosi coraggiosa da pensare che l’adozione possa essere una valida opzione da tenere in mente mi aiuterebbe, saprei di avere un’alternativa e questo mi conforterebbe, ma non lo è, o almeno non al momento.

Adesso sono troppo concentrata sul piano A, A di attesa, la quarta per l’esattezza.  La quarta volta che percorro  questo corridoio un’ora in anticipo, chiedendomi con quale atteggiamento mentale dovrei andare a ritirare il risultato delle mie beta, se non con quello  della vittima, sperando che qualcuno mi compatisca e faccia girare il mondo nella mia direzione o quello della distaccata che, per orgoglio, in caso di esito negativo non si lascia compatire da nessuno, o quella  di una normale donna di 38 anni che ha trovato l’altra metà della mela forse un po’ tardi, ma che desidera più di ogni cosa avere un figlio.

Seguendo tutte le mie congetture mentali non mi rendo conto che sono già arrivata. Stesse parole, stessa espressione: beta negative, nessun accenno di vita. Dovrei gettarmi nella disperazione  ed effettivamente lo faccio, inizio ad avere paura sul serio, decido di non tornare a casa, perché significherebbe confrontarmi con il dolore, la rabbia, la frustrazione e la quarta delusione.

Mi concedo mezza giornata e cammino, per fortuna è inverno, fa freddo, non incontro mamme trepidanti e buffi cappellini con le orecchie che fuoriescono dai passeggini, ma vedo un paio di coppie e sento una morsa nello stomaco: Luca, dove ho lasciato Luca? Santo Luca, che ogni volta ha sopportato i miei malumori, la mia distanza, gli  attacchi di ira; che ha provato a rincollare  tutti i pezzi della nostra “normalità” spaccata dalle continue interferenze della mia infertilità, dei trattamenti, delle  analisi e degli esiti negativi.

Eccolo il mio piano B.  Non so se è arrivato il momento di prendere decisioni drastiche, non so se è giusto continuare a sperare, ma in entrambi i casi voglio che uno degli unici pilastri della mia vita rimanga tale.

I consigli

Come facilitare l’elaborazione del fallimento. Confrontarsi con il fallimento, magari l’ennesimo, è per molte coppie fonte di sofferenza.

Ecco cosa è possibile fare:

– non giudicarsi: spesso quando un ciclo non raggiunge un esito positivo si tende ad utilizzare il termine fallimento in relazione a se stessi.  Nell’ambito dell’infertilità è fondamentale che la coppia non consideri il fallimento come proprio o come esito negativo dei propri sforzi;

– comprendere i diversi modi di vivere il dolore:  le emozioni negative, quali paura, tristezza, delusione, rabbia, sono tutte legittime ed accoglierle è fondamentale  per poter poi recuperare le forze e decidere come proseguire, non è detto però che la coppia reagisca allo stesso modo. Ognuno è fatto da una sua personalità ed ha un proprio stile per gestire il dolore, è importante avere consapevolezza di questo, perché ci aiuta a capire come interpretazioni sbagliate possano creare i presupposti per un deterioramento del rapporto di coppia;

-prendersi del tempo: è importante concedersi del  tempo per recuperare, liberare l’agenda e trovare un momento per se, per riprendersi e valutare le opzioni;

-essere auto-indulgenti: indipendentemente dal risultato è importante riconoscersi il merito di aver completato un ciclo, con tutti gli alti e bassi emotivi,  l‘impegno fisico e mentale che questo ha comportato sia per la donna che per la coppia. Può essere un buon momento per concedersi tutto quello che non si sarebbe potuto fare qualora l’esito fosse stato positivo;

-concentrarsi su ciò che è andato bene: anche se il risultato finale è negativo, ci saranno probabilmente degli aspetti del ciclo che sono andati bene, è importante concentrarsi il più possibile sui piccoli traguardi raggiunti durante il percorso;

-la paura non è predittiva:  talvolta dopo un risultato scoraggiante, la mente tende a catastrofizzare una situazione, succede spesso che al completamento di un ciclo non andato a buon fine, la donna dica frasi di questo tipo: “ se non rimango incinta adesso, non ci rimarrò mai più”. Ogni volta che arriva un pensiero di questo tipo che crea disagio,  è importante  guardarlo, confutarlo (quali reali evidenze ci sono a favore di questo pensiero? E’ logico? Mi fa bene?) e sostituirlo con uno più realistico e positivo. Avrà un effetto benefico sul proprio stato emotivo

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