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Estratti e centrifughe possono sostituire frutta e verdura fresca?

ASSOLUTAMENTE NO!

1️⃣ Ci priveremo di una parte importantissima: la fibra, utile per il suo potere saziante e nutriente per la nostra flora batterica intestinale

2️⃣ Questa è importante anche perchè aiuta a rallentare il picco glicemico che si crea con l’assunzione di solo succo di frutta, poichè assumiamo praticamente in purezza zuccheri della frutta

3️⃣ Inoltre l’assenza di masticazione riduce il senso di sazietà e appagamento: abbiamo fisiologicamente bisogno di masticare e si impiegherà certamente più tempo a consumare frutta fresca (il segnale di sazietà viene inviato circa 20 min dopo l’inizio di un pasto)

4️⃣ Prendiamo in considerazione un altro fattore: quanti frutti servono per avere un bicchiere di centrifuga? sicuramente più di uno, magari anche più di due. È vero che la frutta fa bene e dovremmo consumarne di più, ma anche questa ha le sue porzioni, 2/3 frutti al giorno, che così facendo andremo a consumare tutti insieme.

✅ Un modo per ovviare a questo problema, è quello di inserire verdure all’interno del nostro centrifugato, saranno idratanti e gustose allo stesso modo.

🥬 🥒 Alcune verdure di facile inserimento possono essere: cetriolo, finocchio, sedano e, per i più audaci, anche la rapa rossa.

‼️ IMPORTANTE ‼️

Consumo moderato di centrifughe, composte da un frutto e verdure a piacere, magari anche con un pizzico di zenzero

📞 Prenota una consulenza nutrizionale telefona al +39 393 9259908 oppure inviaci una email a info@b-woman.it

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Agosto: quali verdure e quale frutta comprare in questo mese?

Agosto è sinonimo di mare e vacanza. E’ il mese delle angurie, dei primi fichi, dell’uva e dei frutti di bosco, ma anche di cetrioli melanzane, peperoni, pomodori e zucchine.

Ecco i consigli B-Woman su quali verdure e frutta non possono mancare nel carrello della spesa di agosto

VERDURE E LEGUMI

Cetrioli, melanzane, peperoni, pomodori, zucchine, fagioli, Bietola, ceci, fagiolini, lenticchie, patate, peperoncino verde, ravanelli, rucola, scalogni, aglio, carote, erba cipollina, cipolla, lattuga, piselli, sedano, cavolo cappuccio

FRUTTA

Angurie, fichi, uva, uva spina, albicocche, fichi d’india, meloni, prugne, susine, ciliegie, amarene, lamponi, mandorle, mirtilli, more, noci, pesca gialla, pesca bianca, ribes

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Salmone di allevamento o selvaggio? Fresco o affumicato?

L’estate é tempo di insalate fresche e veloci dove il pesce è il principale protagonista, in particolare il salmone, una soluzione pratica e veloce per pranzi al lavoro o al mare.

Scopriamo insieme le sue proprietà

Il salmone è uno dei cibi più ricchi di proteine ad alto valore biologico e una delle principali fonti di acidi grassi polinsaturi Omega 3, quelli buoni, alleati della nostra salute che svolgono varie funzioni positive nel nostro organismo poichè:

✅ Abbassano il livello di colesterolo cattivo (LDL) e innalzamento del livello di quello buono (HDL)
✅ Contrastano i radicali liberi rallentando l’invecchiamento di cellule e tessuti, mantenendo la pelle sana
✅Proteggono il sistema cardiovascolare prevenendo l’insorgere di trombosi, ictus, ipertensione ed ipergliceridemia
✅ Hanno notevoli proprietà antinfiammatorie.

Tuttavia, quando andiamo al supermercato troviamo una grande varietà di salmone di varie fasce di prezzo, soprattutto se orientiamo la nostra scelta verso il consumo di un salmone “selvaggio”.

Ma cosa c’è dietro questa significativa differenza di prezzo?

Che differenza c’è tra un salmone di allevamento e uno selvaggio?

 

Capiamo insieme le differenze per un scelta più consapevole

Il salmone selvaggio viene catturato nel suo ambiente naturale, oceani, fiumi e laghi, mentre quello di allevamento è tenuto in gabbie chiuse in mare che contengono fino a 200 mila pesci ciascuna, a cui spesso vengono somministrati regolarmente antibiotici per ridurre le malattie.

Il salmone selvaggio ha un colore arancio intenso, mentre il salmone da allevamento è più pallido. La differenza di colore è dovuta alla astaxantina, una molecola rosso scuro che si trova nelle alghe, nel plancton e nel krill di cui si nutre il salmone selvaggio mentre il salmone da allevamento viene nutrito con mangime processato altamente grasso per ottenere un pesce più grande e grasso. Si tratta di un carotenoide unico, prodotto naturalmente in specifiche alghe, che trasmettono l’effetto antiossidante ai pesci che si nutrono di esse dalle molteplici proprietà:

🔅 antiossidante
🔅 antinfiammatorio
🔅migliora la circolazione sanguigna
🔅 protegge i mitocondri rinforzando le membrane cellulari
🔅potenzia la produzione di energia dei mitocondri.

Il salmone da allevamento ha una maggiore contenuto di grassi, contiene leggermente più Omega 3, ancora più Omega 6 e contiene inoltre il 46% in più di calorie, la maggior parte da grassi.

Il salmone selvaggio è più ricco di minerali, inclusi potassio, zinco e ferro.

AFFUMICATO O FRESCO?

IL SALMONE AFFUMICATO: L’affumicatura è una tecnica di conservazione che prevede l’utilizzo di legni aromatici quali (ginepro, rosmarino, lauro) e conservanti come il sale (motivo per il quale è bene sciacquarlo sotto acqua corrente prima dell’uso). Dunque, il contenuto di sodio presente nel prodotto affumicato, è quasi 20 volte superiore rispetto al corrispettivo fresco (1880 mg nell’affumicato, 98 mg nel fresco). La maggior parte dei prodotti affumicati, come anche gli alimenti marinati, non debellano la presenza dell’Anisakis; fanno eccezione i salmoni affumicati per i quali viene applicata la normativa CE 853/2004,che prevede un trattamento di congelamento del pesce prima di procedere all’affumicatura. La contaminazione da Listeria monocytogenes può avvenire anche dopo il processo di affumicatura, per questo si consiglia di conservare il salmone affumicato ad una temperatura compresa fra 0 e 4° C, dal momento in cui la crescita del patogeno è molto lenta sotto i 4° C.

IL SALMONE FRESCO: il principale rischio è rappresentato dalla presenza del parassita Anisakis, che può essere eliminato solo attraverso il congelamento a -20° C per 24 ore, oppure cottura a temperature superiori a 60°C per 10 minuti. Il salmone fresco può presentare contaminazione da Listeria monocytogenes, un batterio resistente al freddo del frigorifero in grado di causare una tossinfezione alimentare pericolosa soprattutto per le donne in gravidanza he però viene inattivata da un’esposizione a 70° C per almeno 10 secondi.

I CONSIGLI

➡️ prediligere il consumo di salmone selvaggio 1 volta a settimana, e limitare il consumo di quello allevato e utilizzarlo raramente
➡️ In caso di salmone affumicato, prediligere sempre il salmone selvaggio con la tecnica tradizionale di affumicatura ma lavarlo sempre sotto acqua corrente per eliminare l’eccesso di sale utilizzato per la conservazione

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LO SAI CHE limitare l’uso della plastica e l’esposizione agli inquinanti ambientali può aiutare la fertilità?

La letteratura scientifica fornisce molteplici evidenze riguardo l’esposizione a sostanze chimiche presenti nella plastica ed effetti negativi sulla fertilità. Molti dei cibi che oggi mangiamo sono a stretto contatto con la plastica contenuta in oggetti quali pellicole, contenitori, e utensili da cucina che  è stato dimostrato  veicolare sostanze tossiche (come il bisfenolo A e gli ftalati) in grado di migrare negli alimenti durante il contatto (1).

Il bisfenolo A o BPA è ampiamente utilizzato nella produzione di attrezzature sanitarie, compositi dentali, lenti a contatto, lenti per occhiali, giocattoli ma, soprattutto, è uno dei materiali a contatto con gli alimenti, poiché viene utilizzato per la fabbricazione di materiali plastici come imballaggi, utensili da cucina e pareti di lattine per isolare il cibo dal metallo, impedendone la corrosione.

Gli ftalati sono un gruppo di sostanze chimiche sintetiche presenti in oggetti comunemente usati come attrezzature per l’imballaggio, imballaggi per alimenti e bevande, parti automobilistiche, nei giocattoli per bambini e nei prodotti di consumo e cosmetici che vanno dagli spray per capelli e profumi ai pesticidi, adesivi e lubrificanti o come eccipienti incorporati nel rivestimento enterico dei farmaci orali e negli integratori alimentari che vanno da alcuni oli di pesce ai probiotici.

Sia il BPA che gli ftalati sono noti “interferenti endocrini”: cioè sostanze che possono mimare, interferire o bloccare la normale attività ormonale di un individuo. Ad esempio, possono interagire con i recettori degli estrogeni endogeni (ERα ed ERβ), stimolare la loro produzione e/o alterare la secrezione delle gonadotropine (gli ormoni responsabili del funzionamento del sistema riproduttivo) e, dunque, interferire con la fertilità.

Diversi sono gli studi che hanno evidenziato la correlazione tra l’esposizione a BPA e la fertilità, soprattutto nelle donne.

E’ stato dimostrato (2) che la concentrazione sierica di BPA nelle donne infertili era due volte più elevata rispetto a quelle fertili (10,6 contro 4,8 ng ml-1) ed è stata osservata una significativa associazione con l’infertilità in donne provenienti da aree metropolitane (concentrazione media nel plasma sanguigno 19,5 ng BPA ml-1; OR = 8,3; IC al 95% = 1,7–52,1), un dato invero già precedentemente emerso da un altro studio Italiano (3).

Diversi studi hanno messo in luce che il BPA potrebbe svolgere un ruolo importante nella patogenesi della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), un disturbo endocrino e metabolico che colpisce tra il 5 e il 10% delle donne in età riproduttiva e che rappresenta una delle cause femminili di infertilità, caratterizzato da cicli anovulatori ed iperandrogenismo. E’ stato dimostrato, infatti, che la concentrazione di BPA nel siero delle donne con PCOS era significativamente più alta (P <0,05) rispetto a quelle senza (1,05 vs. 0,71 ng ml 1) (4). Risultati simili sono stati poi ottenuti anche da un altro gruppo (5) che ha dimostrato che le donne con PCOS avevano livelli molto più alti di BPA nel sangue rispetto al gruppo di controllo delle donne sane (1,05 ± 0,56 vs. 0,72 ± 0,37 ng ml 1, P <0,001), una tendenza osservata anche nelle adolescenti donne (13-19 anni) (6). Inoltre la concentrazione sierica media di BPA nel gruppo PCOS è risultata significativamente più alta (P <0,001) rispetto al controllo (1,1 ng ml 1 IC 95%: 1,0–1,2 rispetto a 0,8 ng ml 1 IC 95%: 0,6-0,9). E’ stata poi suggerito che l’aumento delle concentrazioni di BPA nel fluido follicolare delle donne con PCOS sembrerebbe svolgere un ruolo importante nella sua patogenesi attenuando l’espressione dell’aromatasi nelle cellule di granulosa (7).

Una recentissima metanalisi (8) che ha analizzato ben 30 studi epidemiologici, ha mostrato come il BPA e gli ftalati (o i loro metaboliti) sembrano favorire l’insorgenza di endometriosi, un’altra patologia correlata all’infertilità, mentre altri autori hanno correlato l’esposizione al BPA alla presenza di fibromi (9, 10).

Studi condotti su donne sottoposte a trattamenti di fecondazione in vitro (IVF) hanno dimostrato che i livelli di BPA sono inversamente associati ai livelli di estradiolo, numero di ovociti recuperati, maturità ovocitaria, tassi di fecondazione e qualità degli embrioni, oltre che a livelli più bassi di estrogeni circolanti probabilmente in relazione al fatto che il BPA agisce interferendo con i recettori degli estrogeni (11-15).

Infine, si è visto che gli ftalati nelle donne agiscono negativamente sul processo di follicologenesi che porta alla formazione dei follicoli durante il ciclo ovarico all’interno dei quali si trovano gli ovociti, alterando la progressione dello sviluppo, la maturazione finale dell’ovocita, inibendo potenzialmente l’ovulazione o portando ad atresia i follicoli. E’ stato dimostrato che gli ftalati possono interferire con la steroidogenesi, processo mediante il quale vengono prodotti gli ormoni sessuali, e nelle donne esposte costantemente ad alti livelli di ftalati per motivi lavorativi è stata osservata a una riduzione dei tassi di gravidanza e ad alti tassi di aborto spontaneo (16).

CONSIGLI

Se da una parte le evidenze scientifiche mostrano continuamente gli effetti negativi dell’esposizione a sostanze tossiche come BPA e ftalati,la buona notizia è che volendo, ognuno di noi può fare tanto modificando il propri stile di vita riducendo l’esposizione a tali sostanze.

Ecco alcuni accorgimenti utili :

1. Elimina la plastica dalla cucina: contenitori per il cibo, piatti, bicchieri, mestoli ed altri utensili, soprattutto quelli che si utilizzano a diretto contatto con fonti di calore, ad esempio i mestoli

2. Evita di lavare la plastica con acqua troppo calda o detergenti aggressivi, in quanto è stato dimostrato che la plastica usurata perde maggiormente sostanze chimiche tossiche come il BPA (ma non solo!). Preferire il lavaggio a mano in acqua fredda e non usare gli oggetti di plastica mai nel microonde o con cibi e bevande troppo caldi, anche se riportano la dicitura “BPA free”

3. Fai attenzione ai cibi da asporto o consegnati a domicilio in contenitori di plastica. Alcuni studi hanno dimostrato che le persone che mangiano più di frequente questa tipologia di alimenti presenta in media livelli più alti di BPA nel sangue

4. Fai attenzione al consumo di cibo in lattina come pomodori, legumi, frutta etc.: Il BPA è una delle componenti che riveste le lattine e quanto più l’alimento è acido, maggiore è la probabilità che il BPA migri nel cibo, prediligi gli alimenti conservati in vetro

5. Fai attenzione a maneggiare carta termica come scontrini, fax etc.: si tratta di un’ulteriore fonte di BPA, per cui, è bene lavarsi le mani il prima possibile dopo averli toccati

6. Fai attenzione a tutto ciò che è fatto con la plastica morbida, ad esempio il polivinilcrolide o PVC. Tutto ciò che è di plastica flessibile contiene PVC e dunque, ftalati. Ecco alcuni esempi: tovagliette per la tavola e tappetini delle palestre oppure confezioni degli alimenti che a contatto diretto con il cibo lo trasmettono per via diretta, come il cibo confezionato nella plastica trasparente, oppure i guanti monouso che in alcuni negozi vengono utilizzati per maneggiare il cibo.

 

Bibliografia

  1. Vandenberg LN, Hauser R, Marcus M, Olea N, Welshons WV. 2007. Human exposure to bisphenol A (BPA). Reprod. Toxicol. 24: 139–177.
  2. La Rocca C, Tait S, Guerranti C, Busani L, Ciardo F, Bergamasco B, et al. Exposure to endocrine disrupters and nuclear receptor gene expression in infertile and fertile women from different Italian areas. Int J Environ Res Public Health. 2014; 11:10146–64. [PubMed: 25268510]
  3. Caserta D, Bordi G, Ciardo F, Marci R, La Rocca C, Tait S, et al. The influence of endocrine disruptors in a selected population of infertile women. Gynecol Endocrinol. 2013; 29:444–7. [PubMed: 23347089]
  4. Takeuchi T, Tsutsumi O, Ikezuki Y, Takai Y, Taketani Y. 2004. Positive relationship between androgen and the endocrine disruptor, bisphenol A, in normal women and women with ovarian dysfunction. J. 51: 165–169.
  5. Kandaraki E, Chatzigeorgiou A, Livadas S, Palioura E, Economou F, Koutsilieris M, Palimeri S, Panidis D, Diamanti-Kandarakis E. 2011. Endocrine disruptors and polycystic ovary syndrome (PCOS): Elevated serum levels of bisphenol A in women with PCOS. J. Clin. Metab. 96: E480–E484.
  6. Akin L, Kendirci M, Narin F, Kurtoglu S, Saraymen R, Kondolot M, Koçak S, Elmali F. 2015. The endocrine disruptor bisphenol A may play a role in the aetiopathogenesis of polycystic ovary syndrome in adolescent girls. Acta Paediatr. 104: e171–e177.
  7. Wang Y, Zhu Q, Dang X, He Y, Li X, Sun Y. 2017. Local effect of bisphenol A on the estradiol synthesis of ovarian granulosa cells from PCOS. Endocrinol. 33: 21–25.
  8. Wen X, Xiong Y, Qu X, Jin L, Zhou C, Zhang M, Zhang Y. The risk of endometriosis after exposure to endocrine-disrupting chemicals: a meta-analysis of 30 epidemiology studies. Gynecol Endocrinol. 2019 Aug;35(8):645-650. doi: 10.1080/09513590.2019.1590546.
  9. Pollack AZ, Buck Louis GM, Chen Z, et al. Bisphenol A, benzophenone-type ultraviolet filters, and phthalates in relation to uterine leiomyoma. Environ Res 2015;137:101–107 [PubMed: 25531814]
  10. Shen Y, Xu Q, Ren M, Feng X, Cai Y, Gao Y. Measurement of phenolic environmental estrogens in women with uterine leiomyoma. PLoS One 2013;8(11):e79838 [PubMed: 24255718]
  11. Bloom MS, Kim D, Vom Saal FS, Taylor JA, Cheng G, Lamb JD, et al. Bisphenol A exposure reduces the estradiol response to gonadotropin stimulation during in vitro fertilization. Fertil Steril. 2011; 96:672–7. e2. [PubMed: 21813122]
  12. Ehrlich S, Williams PL, Missmer SA, Flaws JA, Ye X, Calafat AM, et al. Urinary bisphenol A concentrations and early reproductive health outcomes among women undergoing IVF. Hum Reprod. 2012; 27:3583–92. [PubMed: 23014629]
  13. Mok-Lin E, Ehrlich S, Williams PL, Petrozza J, Wright DL, Calafat AM, et al. Urinary bisphenol A concentrations and ovarian response among women undergoing IVF. Int J Androl. 2010; 33:385–93. [PubMed: 20002217]
  14. Fujimoto VY, Kim D, vom Saal FS, Lamb JD, Taylor JA, Bloom MS. Serum unconjugated bisphenol A concentrations in women may adversely influence oocyte quality during in vitro fertilization. Fertil Steril. 2011; 95:1816–9. [PubMed: 21122836]
  15. Bloom MS, Vom Saal FS, Kim D, Taylor JA, Lamb JD, Fujimoto VY. Serum unconjugated bisphenol A concentrations in men may influence embryo quality indicators during in vitro fertilization. Environ Toxicol Pharmacol. 2011; 32:319–23. [PubMed: 21843814]
  16. Hannon PR, Flaws JA. The effects of phthalates on the ovary. Front Endocrinol (Lausanne). 2015 Feb 2;6:8. doi: 10.3389/fendo.2015.00008. eCollection 2015. Review.
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Gelato: SI o NO?

🍨 Il gelato può essere inserito all’interno di una sana alimentazione, l’importante è rispettare la frequenza di consumo:

UN GELATO A SETTIMANA!

In che momento della giornata?

Può essere consumato:

✔️ alla fine di un pasto composto da un secondo ed un contorno

✔️ oppure a merenda

IMPORTANTI le quantità

Meglio la coppetta piccola con gusti alla crema perché, rispetto ai gusti frutta, presentano una componente di grassi  più alta che ci aiuterà a tamponare il picco glicemico.

La panna?

Si, grazie, per il principio appena esposto.

Ovviamente meglio un gelato artigianale rispetto a quello industriale e, magari, associateci anche una bella passeggiata per raggiungere la vostra gelateria preferita 😉

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7° storia – Decidere per una vita senza figli

La storia di Andrea e Celeste

Da sempre ho desiderato il numero tre, ho mantenuto poi la convinzione che avrei avuto almeno un due, ma adesso sono un uno. Raccontata cosi sembra una storia tristissima,  ma in verità l’infertilità ha incredibilmente rappresentato la chiave di volta della mia vita.

Non ho mai ritenuto la mia condizione il frutto di un’ingiustizia, perché, nonostante l’avessi desiderato da sempre, a decidere di avere un figlio ci sono arrivata a 41 anni. La consapevolezza che la mia riserva ovarica non avesse lo stesso aspetto del mio volto che sembrava ancora ventenne ce l’avevo e come, ma in quegli anni, abituata a ottenere più o meno tutto nella vita, ero convinta che se anche le possibilità sarebbero state il cinque per cento, io sarei rientrata in quel cinque per cento. Passarono cosi altri due anni, iniziai a  chiedermi   se fosse giusto  pensare a ciò che non era ancora accaduto con la speranza che prima o poi  potesse verificarsi, perdendo di vista nel frattempo la vita che inesorabilmente andava avanti. Mi fermai e bussai alla porta della PMA. Cicli negativi, da li a breve arrivò la proposta di poter ricorrere alla fecondazione con donazione di ovociti. Ecco forse l’aspetto su quale mi sentivo meno “comoda” e sul quale nutrivo più resistenze era proprio quello della  donazione. Credo che per una persona ipercontrollante accettare la presenza di un estraneo in quella che forse è la sfera più intima di una coppia sia davvero una grande sfida. Io la persi,  non nutrivo grandi preoccupazioni sulla mancanza del legame genetico, perché il mio più grande punto di riferimento nella vita è sempre stato il mio patrigno, ma l’idea di un terzo non la accettavo. Rimasi ancora nel dubbio della decisione e in quel periodo mi fu di grande aiuto una domanda che mi rivolse la mia psicologa, con la quale, appunto, lavoravo da tre anni sul tema del controllo. Mi chiese nell’eventualità di decidere per una vita senza figli quale  sarebbe stato l’aspetto più difficile da affrontare. Pensai: “accettare di non poterne avere”.  Mi sembrò una risposta più che esaustiva rispetto alla direzione che avrei dovuto prendere, ma non volli lasciare nulla di intentato e decisi di accompagnare Andrea  a Santo Domingo che doveva seguire i lavori per la costruzione del suo piccolo villaggio turistico, forse un viaggio ci avrebbe aiutato a fare ulteriore chiarezza. Da Santo Domingo non tornammo. Divenni madre per  otto volte, otto ragazzini meravigliosi che abitavano nei paesi vicini alla zona costiera. Non fu beneficienza, ma fu una specie di istinto quello di  voler trascorrere gran parte delle mie giornate assieme a loro.  Tornai a Roma dopo due anni senza Andrea, la decisione fu presa di comune accordo, fu sofferta, ma entrambi avevamo imparato che il volersi un gran bene non  sarebbe più stato sufficiente. La consapevolezza che mai nessuno mi chiamerà mamma, fa ancora male, ma ho imparato a conviverci.  L’infertilità ha fermato il mio tempo e ad oggi posso dire di averne tratto beneficio. Ho sempre pensato che la mia vita dovesse andare in un modo soltanto senza pensare se davvero fosse quello che desideravo. Oggi posso dire di  aver trovato altri modi per sentirmi appagata, modi che molto probabilmente senza il percorso che ho affrontato non sarei mai stata in grado di trovare.

I consigli

Quando una coppia si muove nella direzione di  rinuncia, deve confrontarsi con l’idea che il progetto condiviso di genitorialità è perduto. Questa decisione rappresenta forse il momento più doloroso per entrambi i coniugi.

 Un primo aspetto riguarda  proprio il termine decisione che viene privato del suo significato di libera scelta e viene considerato come un qualcosa di  imposto o come l’unica opzione possibile tra diverse alternative di genitorialità, che non collimano con il desiderio maturato da quella coppia, questo rende ancora più difficile considerare quelli  che potrebbero rappresentare i risvolti positivi di una tale decisione.

Inoltre va considerato che, per chi ha intrapreso la  PMA, la rinuncia di un figlio biologico, si inserisce come chiusura di un percorso, un percorso costellato  di speranze, delusioni,  sacrifici ed aspettative.

Il tema delle aspettative è un altro fattore che merita uno spazio di riflessione

Molte coppie, infatti, iniziano un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita solo pensando in termini positivi, ovvero maturando la convinzione  che nel loro caso l’infertilità verrà risolta. Questo modo di pensare non è determinato solamente dalla predisposizione della coppia a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, ma è alimentato anche da un contesto esterno mediatico estremamente fuorviante.  Molte coppie scelgono il centro in base alle informazioni che dispongono sul ginecologo di riferimento, quello che gode di fama internazionale,  quello che fa miracoli, quello che partecipa a centinaia di congressi e che  viene continuamente intervistato, incrementando l’idea che  affidandosi a lui, molto probabilmente riusciranno a risolvere il problema;   ci sono  poi le innumerevoli  informazioni riportate  sulle testate giornalistiche, la maggior parte legate al tema del successo, come ad esempio gravidanze ottenute a 51 anni o centinaia di casi in cui si termina il percorso con il bambino in braccio,  raramente si legge dei  possibili fallimenti. E’ chiaro che tutto questo condiziona la coppia a mettere in preventivo solo il successo, negando un dato di realtà importantissimo ovvero quello del possibile fallimento e quando questo arriva, la delusione e il dolore sono ancora più intensi.

Il tema dell’accettazione è un altro aspetto da prendere in considerazione

Un altro aspetto da considerare quando si termina un percorso di PMA, è il tema dell’accettazione, dove per accettazione si intende prendere coscienza e imparare a convivere con qualcosa che non è possibile modificare. Per Celeste, questa parola in realtà è stata catartica, poiché ha preso consapevolezza del fatto che la delusione fosse più legata all’ammettere di non poter  avere un figlio che non al desiderio del figlio stesso, ma per molte altre coppie,  che considerano il volere mettere al mondo un bambino come  una pura forma d’amore, come un darsi totalmente  all’altro, è chiaro che il doversi confrontare con l’irrealizzabilità di tale desiderio, diventa emotivamente più doloroso.

Molte coppie, poi, hanno un’idea falsata del vivere senza figli.

Spesso nutrono la paura di rimanere bloccati in quel vissuto di tristezza dal quale si sentono sopraffatte nel momento stesso in cui si trovano a doversi chiedere se lasciare andare o meno  il progetto di genitorialità, se tentare ancora o considerare altre opzioni,  oppure si convincono dell’idea che la vita senza figli sia una vita vuota, o ancora che potranno pentirsi un domani della scelta fatta e che forse sarebbe stato meglio contemplare altri modi per diventare genitori come ad esempio l’adozione o la fecondazione con donazione di gameti.

Nel primo caso è importante che la coppia riconosca che solo una parte del dolore che si sta sperimentando nel momento attuale, deriva dalla mancanza di un figlio, il vissuto emotivo negativo deriva anche dall’esasperante incertezza se si potrà  mai essere un genitore. Nel momento stesso in cui la coppia si dà il permesso di “lasciar andare”, potrà liberarsi da questa incertezza e dal continuo domandarselo, emergendo dalla pesantezza del dolore e attivandosi per un nuovo progetto di vita. Anche che la vita senza figli rappresenti inevitabilmente una vita vuota è una credenza disfunzionale. E’ chiaro che lo diventa nel momento stesso in cui la coppia non si dà il permesso di liberarsi dal vissuto di tristezza e fallimento  impedendosi di investire in nuovi obiettivi e  in nuovi interessi. La vita senza figli infatti comporta un guadagno in termini di tempo e libertà che sono entrambe due ottime risorse per accrescere il proprio sviluppo personale, di coppia, professionale e relazionale. Infine, la paura di un possibile rimpianto, fa parte di ogni processo decisionale, l’ambivalenza è una componente della condizione umana,  ci saranno  inevitabilmente  giorni in cui ci si troverà a chiedersi  se prendendo una decisione diversa si sarebbe stati più felici. Ma questo aspetto fa parte di ogni scelta che riguarda la propria vita: la parola decidere significa, infatti, rinunciare a qualcosa.

La mancanza di un figlio, inevitabilmente rappresenta un dolore da elaborare, l’importante è che la coppia non lo viva come una condanna eterna, se ci si concede l’opportunità di andare avanti,  ci si renderà conto che esistono migliaia di matrimoni felici e di vite ugualmente realizzate anche in assenza di figli, cosi come esistono innumerevoli modi per essere ugualmente generativi anche senza la presenza di un figlio biologico.

 

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Il burro chiarificato rispetto al burro normale ha un punto di fumo più alto e per questo è preferibile per le cotture

 

Che cos’è il burro chiarificato – Ghee

Il burro chiarificato non è altro se non il burro normale filtrato, al quale viene tolta la maggior parte di acqua.

Un esempio: se fate sciogliere 250g. di burro in una pentola per un’ora e mezza e poi lo filtrate in un colino e lo lasciate raffreddare otterrete 175g. di burro chiarificato – Ghee.

Le qualità e capacità del burro chiarificato – Ghee

Il burro chiarificato è un grasso puro perché è stato privato della parte acquosa, delle proteine e del lattosio contenuti nel burro classico. Ecco perché è consigliato per gli intolleranti al lattosio. Questo burro ha la capacità di eliminare le tossine e rinforzare il sistema immunitario.

Differenze tra il burro normale e quello Chiarificato

Mentre il burro normale è preferibile usarlo a crudo perché conserva tutte le sue proprietà o al massimo a 120 gradi, il burro chiarificato resiste meglio alle temperature più alte perchè costituito al 99% da grasso puro. Inoltre quest’ultimo, a differenza del burro comune, non si ossida e si conserva a lungo anche a temperatura ambiente.

Utilizzo del burro chiarificato

Il burro chiarificato è molto usato nella cucina ayurvedica, una cucina associata all’ayurveda, una medicina tradizionale indiana basata sull’equilibrio delle energie e degli elementi.

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LO SAI CHE la bioimpedenzometria (BIA) è una delle metodiche più precise e veloci per la valutazione della composizione corporea?

L’estate è ormai alle porte e la prova costume si avvicina! Non vi preoccupate venite a provare la bioimpedenzometria: un esame che permette di vedere come sta il tuo corpo prima di cambiare la tua alimentazione o la tua attività fisica.

Che cos’è la BIA

È una tecnica che stima la

• massa GRASSA corporea (FM)

• massa NON GRASSA corporea (FFM), distinguendo tra:

✔️ MASSA CORPOREA EXTRACELLULARE (ECM), ossia i liquidi

✔️ MASSA CORPOREA CELLULARE (BCM), ossia la massa muscolare

Differenza con il peso indicato dalla bilancia 

Mentre il peso indicato dalla bilancia non ci fornisce informazioni sulla quantità di massa grassa e massa muscolare che abbiamo, né ci indica se siamo ben idratati o se per contro siamo in una condizione di disidratazione o ritenzione idrica; la bioimpedenziometria, invece, ci dà informazioni su tutti questi aspetti

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