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7° storia – Decidere per una vita senza figli

La storia di Andrea e Celeste

Da sempre ho desiderato il numero tre, ho mantenuto poi la convinzione che avrei avuto almeno un due, ma adesso sono un uno. Raccontata cosi sembra una storia tristissima,  ma in verità l’infertilità ha incredibilmente rappresentato la chiave di volta della mia vita.

Non ho mai ritenuto la mia condizione il frutto di un’ingiustizia, perché, nonostante l’avessi desiderato da sempre, a decidere di avere un figlio ci sono arrivata a 41 anni. La consapevolezza che la mia riserva ovarica non avesse lo stesso aspetto del mio volto che sembrava ancora ventenne ce l’avevo e come, ma in quegli anni, abituata a ottenere più o meno tutto nella vita, ero convinta che se anche le possibilità sarebbero state il cinque per cento, io sarei rientrata in quel cinque per cento. Passarono cosi altri due anni, iniziai a  chiedermi   se fosse giusto  pensare a ciò che non era ancora accaduto con la speranza che prima o poi  potesse verificarsi, perdendo di vista nel frattempo la vita che inesorabilmente andava avanti. Mi fermai e bussai alla porta della PMA. Cicli negativi, da li a breve arrivò la proposta di poter ricorrere alla fecondazione con donazione di ovociti. Ecco forse l’aspetto su quale mi sentivo meno “comoda” e sul quale nutrivo più resistenze era proprio quello della  donazione. Credo che per una persona ipercontrollante accettare la presenza di un estraneo in quella che forse è la sfera più intima di una coppia sia davvero una grande sfida. Io la persi,  non nutrivo grandi preoccupazioni sulla mancanza del legame genetico, perché il mio più grande punto di riferimento nella vita è sempre stato il mio patrigno, ma l’idea di un terzo non la accettavo. Rimasi ancora nel dubbio della decisione e in quel periodo mi fu di grande aiuto una domanda che mi rivolse la mia psicologa, con la quale, appunto, lavoravo da tre anni sul tema del controllo. Mi chiese nell’eventualità di decidere per una vita senza figli quale  sarebbe stato l’aspetto più difficile da affrontare. Pensai: “accettare di non poterne avere”.  Mi sembrò una risposta più che esaustiva rispetto alla direzione che avrei dovuto prendere, ma non volli lasciare nulla di intentato e decisi di accompagnare Andrea  a Santo Domingo che doveva seguire i lavori per la costruzione del suo piccolo villaggio turistico, forse un viaggio ci avrebbe aiutato a fare ulteriore chiarezza. Da Santo Domingo non tornammo. Divenni madre per  otto volte, otto ragazzini meravigliosi che abitavano nei paesi vicini alla zona costiera. Non fu beneficienza, ma fu una specie di istinto quello di  voler trascorrere gran parte delle mie giornate assieme a loro.  Tornai a Roma dopo due anni senza Andrea, la decisione fu presa di comune accordo, fu sofferta, ma entrambi avevamo imparato che il volersi un gran bene non  sarebbe più stato sufficiente. La consapevolezza che mai nessuno mi chiamerà mamma, fa ancora male, ma ho imparato a conviverci.  L’infertilità ha fermato il mio tempo e ad oggi posso dire di averne tratto beneficio. Ho sempre pensato che la mia vita dovesse andare in un modo soltanto senza pensare se davvero fosse quello che desideravo. Oggi posso dire di  aver trovato altri modi per sentirmi appagata, modi che molto probabilmente senza il percorso che ho affrontato non sarei mai stata in grado di trovare.

I consigli

Quando una coppia si muove nella direzione di  rinuncia, deve confrontarsi con l’idea che il progetto condiviso di genitorialità è perduto. Questa decisione rappresenta forse il momento più doloroso per entrambi i coniugi.

 Un primo aspetto riguarda  proprio il termine decisione che viene privato del suo significato di libera scelta e viene considerato come un qualcosa di  imposto o come l’unica opzione possibile tra diverse alternative di genitorialità, che non collimano con il desiderio maturato da quella coppia, questo rende ancora più difficile considerare quelli  che potrebbero rappresentare i risvolti positivi di una tale decisione.

Inoltre va considerato che, per chi ha intrapreso la  PMA, la rinuncia di un figlio biologico, si inserisce come chiusura di un percorso, un percorso costellato  di speranze, delusioni,  sacrifici ed aspettative.

Il tema delle aspettative è un altro fattore che merita uno spazio di riflessione

Molte coppie, infatti, iniziano un percorso di Procreazione Medicalmente Assistita solo pensando in termini positivi, ovvero maturando la convinzione  che nel loro caso l’infertilità verrà risolta. Questo modo di pensare non è determinato solamente dalla predisposizione della coppia a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, ma è alimentato anche da un contesto esterno mediatico estremamente fuorviante.  Molte coppie scelgono il centro in base alle informazioni che dispongono sul ginecologo di riferimento, quello che gode di fama internazionale,  quello che fa miracoli, quello che partecipa a centinaia di congressi e che  viene continuamente intervistato, incrementando l’idea che  affidandosi a lui, molto probabilmente riusciranno a risolvere il problema;   ci sono  poi le innumerevoli  informazioni riportate  sulle testate giornalistiche, la maggior parte legate al tema del successo, come ad esempio gravidanze ottenute a 51 anni o centinaia di casi in cui si termina il percorso con il bambino in braccio,  raramente si legge dei  possibili fallimenti. E’ chiaro che tutto questo condiziona la coppia a mettere in preventivo solo il successo, negando un dato di realtà importantissimo ovvero quello del possibile fallimento e quando questo arriva, la delusione e il dolore sono ancora più intensi.

Il tema dell’accettazione è un altro aspetto da prendere in considerazione

Un altro aspetto da considerare quando si termina un percorso di PMA, è il tema dell’accettazione, dove per accettazione si intende prendere coscienza e imparare a convivere con qualcosa che non è possibile modificare. Per Celeste, questa parola in realtà è stata catartica, poiché ha preso consapevolezza del fatto che la delusione fosse più legata all’ammettere di non poter  avere un figlio che non al desiderio del figlio stesso, ma per molte altre coppie,  che considerano il volere mettere al mondo un bambino come  una pura forma d’amore, come un darsi totalmente  all’altro, è chiaro che il doversi confrontare con l’irrealizzabilità di tale desiderio, diventa emotivamente più doloroso.

Molte coppie, poi, hanno un’idea falsata del vivere senza figli.

Spesso nutrono la paura di rimanere bloccati in quel vissuto di tristezza dal quale si sentono sopraffatte nel momento stesso in cui si trovano a doversi chiedere se lasciare andare o meno  il progetto di genitorialità, se tentare ancora o considerare altre opzioni,  oppure si convincono dell’idea che la vita senza figli sia una vita vuota, o ancora che potranno pentirsi un domani della scelta fatta e che forse sarebbe stato meglio contemplare altri modi per diventare genitori come ad esempio l’adozione o la fecondazione con donazione di gameti.

Nel primo caso è importante che la coppia riconosca che solo una parte del dolore che si sta sperimentando nel momento attuale, deriva dalla mancanza di un figlio, il vissuto emotivo negativo deriva anche dall’esasperante incertezza se si potrà  mai essere un genitore. Nel momento stesso in cui la coppia si dà il permesso di “lasciar andare”, potrà liberarsi da questa incertezza e dal continuo domandarselo, emergendo dalla pesantezza del dolore e attivandosi per un nuovo progetto di vita. Anche che la vita senza figli rappresenti inevitabilmente una vita vuota è una credenza disfunzionale. E’ chiaro che lo diventa nel momento stesso in cui la coppia non si dà il permesso di liberarsi dal vissuto di tristezza e fallimento  impedendosi di investire in nuovi obiettivi e  in nuovi interessi. La vita senza figli infatti comporta un guadagno in termini di tempo e libertà che sono entrambe due ottime risorse per accrescere il proprio sviluppo personale, di coppia, professionale e relazionale. Infine, la paura di un possibile rimpianto, fa parte di ogni processo decisionale, l’ambivalenza è una componente della condizione umana,  ci saranno  inevitabilmente  giorni in cui ci si troverà a chiedersi  se prendendo una decisione diversa si sarebbe stati più felici. Ma questo aspetto fa parte di ogni scelta che riguarda la propria vita: la parola decidere significa, infatti, rinunciare a qualcosa.

La mancanza di un figlio, inevitabilmente rappresenta un dolore da elaborare, l’importante è che la coppia non lo viva come una condanna eterna, se ci si concede l’opportunità di andare avanti,  ci si renderà conto che esistono migliaia di matrimoni felici e di vite ugualmente realizzate anche in assenza di figli, cosi come esistono innumerevoli modi per essere ugualmente generativi anche senza la presenza di un figlio biologico.

 


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Linfodrenaggio manuale Vodder/Leduc è un trattamento da utilizzare: durante un percorso di PMA, durante la gravidanza e anche durante il puerperio

Il linfodrenaggio manuale Vodder/Leduc  è un trattamento strutturato sulla fisiologia e sulla funzionalità del sistema linfatico. Grazie ad un appropriato sistema di manovre, si agisce direttamente sul drenaggio della linfa e del liquido interstiziale determinando una conduzione dell’accumulo linfatico verso precise stazioni linfonodali, tale effetto, secondo indagini effettuate con laser doppler, è immediato.

L’utilizzo di manovre lente rende questo trattamento estremante versatile, funzionale e facilmente applicabile durante fasi specifiche in cui può trovarsi la donna:

  • durante un percorso di PMA: in questo caso il trattamento previene ed attenua la sensazione di gonfiore dovuto all’accumulo di scorie metaboliche e tossine conseguenti alla stimolazione ormonale
  • durante la gravidanza: aiuta la linfa spesso ostacolata dal peso della pancia a circolare liberamente, agisce, inoltre, sulla ritenzione idrica riducendo sensibilmente il gonfiore che normalmente si accusa maggiormente su gambe viso e braccia. Infine, lavorando sui linfonodi, favorisce la protezione immunitaria.
  • durante il puerperio: in questo caso il linfodrenaggio ha un effetto trifasico , lavora sull’addome aiutando utero e visceri a tornare alle loro posizioni pre-gravidanza, favorisce il rilassamento muscolare stimolando la circolazione addominale e quindi attivando l’intestino, elasticizza i tessuti che durante la gravidanza hanno perso il loro tono, riduce il gonfiore a livello degli arti inferiori, infine, lavora su seno e torace, favorendo, ove necessario, la montata lattea e prevenendo ingorghi mammari e ragadi.

 


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Lo stress influisce sulla fertilità?

Negli ultimi anni, diversi studi hanno dimostrato una relazione tra stress e fertilità portando tantissime coppie a domandarsi se effettivamente l’essere sottoposte a stress eccessivo potesse allungare se non addirittura impedire l’ottenimento di una gravidanza (Lynch, 2014; Taylor 2016).

La verità è che non esiste una risposta certa.

Non possiamo affermare che  lo stress causa infertilità”, perché anche se ci fosse una plausibilità biologica, ci sono tante altre variabili da tenere in considerazione, perché molti altri studi hanno dimostrato che non esiste relazione tra stress e infertilità,  perché nel corso dei tempi moltissime persone hanno concepito in condizioni estreme come guerre e carestie, ma non possiamo nemmeno affermare che lo stress non causa infertilità”, perché come abbiamo visto ci sono comunque evidenze a sostegno di una possibile relazione tra le due variabili.

Cosa possiamo fare?

La verità è che non è tanto importante conoscere la risposta, quanto essere consapevoli del fatto che più si allungano i tempi di attesa di un figlio, più il percorso diventa faticoso e più lo stress aumenta fino a diventare una costante nel percorso stesso, ma nello stesso tempo va sottolineato che anche  se non possiamo controllare cosa succede, possiamo lavorare per imparare a gestire quello che ci succede, perché se è vero che l’infertilità causa frustrazione e crea un senso di isolamento, se è vero che può portare a dubitare di se stessi e può causare tensioni di coppia, è anche vero che ciascuno possiede già dentro di se le risorse per poter affrontare ogni aspetto faticoso, è solo che a volte vengono congelate dal dolore che si prova.

Prossimo articolo

Nel prossimo articolo parleremo di tutti i servizi  che noi del Centro proponiamo alle coppie nell’ottica di fornire strumenti utili  per gestire con meno fatica e meno stress il percorso che stanno affrontando.

Consiglio B-Woman

Nel frattempo quello che consigliamo in maniera sommaria, è di prendersi cura della propria  persona, fare attività piacevoli ed appaganti, limitare l’esposizione a persone cosiddette “tossiche” e che  non ci  fanno star bene, uscire, essere un pò egoisti, chiedere aiuto, connettersi con il partner e fare qualunque cosa che possa  arrecare benessere.

 


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Which key performance indicators are most effective in evaluating and managing an in vitro
fertilization laboratory?

Gemma Fabozzi, Danilo Cimadomo, Roberta Maggiulli, Alberto Vaiarelli, Filippo Maria Ubaldi, and Laura Rienzi

Fertility and Sterility 2020 – DOI: https://doi.org/10.1016/j.fertnstert.2020.04.054

 

E’ stato pubblicato oggi in un’edizione speciale della prestigiosa rivista Fertility&Sterility un lavoro della Dottoressa Gemma Fabozzi dal titolo “Quali sono gli indicatori chiave di prestazione (KPI) più efficaci nella valutazione e nella gestione di un laboratorio di fecondazione in vitro”

Il lavoro descrive i principali KPI strutturali, di processo e di risultato che dovrebbero essere utilizzati da tutti i responsabili di laboratori di fecondazione assistita per monitorare le prestazioni del proprio laboratorio e fornire ai pazienti una qualità delle cure sempre migliore.

Abstract

The laboratory is the heart of an in vitro fertilization (IVF) clinic, and a quality management system is critical for its administration. We review the main structural, process, and outcome key performance indicators (KPIs) to provide laboratory managers with concrete tools aimed at enhancing the quality of their work. Three concepts must be stressed when dealing with KPIs in IVF: [1] always consider the three types of indicators (structural, process, and outcome related), [2] carefully adapt the control chart to either promptly identify issues and adopt corrective measures, or redefine the control limits in a process called “progress building,” [3] consider that achieving a healthy live birth is a multidisciplinary effort that is subject to several confounders, which must be recognized and accounted for in the analyses. In this regard, future KPIs shared among clinicians and embryologists are desirable to enhance the quality of infertility care for IVF patients.

Key Words: IVF laboratorykey performance indicatorKPIquality controlquality management


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Sequenza yoga per la fertilità

Questa sequenza di asana/posizioni aiuta a rilasciare la tensione e lo stress e favorisce benefici alla circolazione ed ossigenazione sanguigna. Durante il trattamento di infertilità eviteremo posizioni che prevedono torsioni, inversioni o lavoro sull’addome. Potrai trovare utile anche scegliere un mantra o un’affermazione positiva sulla quale focalizzarti durante la pratica.

Cat cow pose (gatto mucca – Bitilasana)

Questa posizione aiuta a migliorare la postura, rilascia lo stress e dirige la circolazione sanguigna all’utero.

Istruzioni: in quadrupedia arriccia le dita dei piedi ed ispirando muovi la schiena come un’onda portando lo sguardo su ed inarcando la schiena, e poi espirando curvandola e portando la testa giù. Ripeti per 10 respiri

Legs up (Gambe su – Viparita karani)

Favorisce il rilassamento e la circolazione del sangue all’utero.

Istruzioni: puoi eseguire questo asana al centro della stanza o poggiando le gambe sul muro. Se preferisci puoi eseguirla anche aprendo le gambe e quindi favorendo un’apertura delle anche. Mantieni la posizione per 10 respiri.

Garland pose (ghirlanda – Malasana)

Favorisce l’allungamento dell’interno coscia e l’apertura delle anche ed aumenta la circolazione pelvica.

Istruzioni: Divarica le gambe con i piedi aperti più delle spalle, piegati dalle ginocchia fino a giù portando i gomiti all’interno delle ginocchia. La schiena è dritta, il petto è aperto. Tieni la posizione per 10 respiri.

Seated forward fold (pinza – Paschimottanasana)

Aiuta a rilasciare la tensione dei muscoli ischiocrurali e del tratto lombare ed è pensata per stimolare l’utero e le ovaie.

Istruzioni : partendo da seduta allunga la gambe unite avanti a te. Piedi flessi, inspira sollevando le braccia sopra la testa. Espirando piegati in avanti mantenendo la schiena dritta e porta le braccia tese di fronte a te o ai lati dei piedi.

Con ogni espirazione approfondisci la posizione favorendo un maggior allungamento. Continua per 10 respiri.

Supported bridge (mezzo ponte – Setubanda sarvangasana)

Questa posizione apre il pavimento pelvico ed è pensata per stimolare la tiroide aiutandone la sua funzionalità.

Istruzioni: sdraiati a pancia in su braccia lungo il corpo con i piedi piatti sul pavimento e i talloni che sfiorano le dita delle mani. Inspira e poi solleva il bacino con l’espirazione. Puoi spostare le mani sotto il bacino per favorire un maggiore movimento. Ripeti per 15 respiri

Easy pose (posizione piacevole – Sukhasana)

Rinforza la schiena ed aiuta a rilasciare lo stress e l’ansia.

Istruzioni: siediti in posizione confortevole con le gambe incrociate, le mani morbide sul pavimento o in grembo. Mantieni la schiena dritta e le spalle aperte e lontane dalle orecchie. Tieni la posizione per almeno 20 respiri. Concentrati sul mantra o un’affermazione positiva.

 


LO-SAI-CHE-una-fetta-di-pane-fresco-chiede-automaticamente-un-condimento-gustoso-Può-essere-un-buon-olio-e-perchè-non-una-crema-spalmabile-1200x1200.jpg

LO SAI CHE una fetta di pane fresco chiede automaticamente un condimento gustoso?

Può essere un buon olio e perchè non una crema spalmabile

Le creme spalmabili

La più famosa è certamente la nutella, che nei suoi esordi, veniva venduta proprio così, spalmata su una fetta di pane.

Come scegliere la crema spalmabile migliore?

Partiamo dall’etichetta: le immagini HANNO IL SOLO SCOPO ILLUSTRATIVO.

Non andiamo ai valori nutrizionali, vediamo prima la lista degli ingredienti: sono scritti in ordine DECRESCENTE, ciò vuol dire che il primo ingrediente è predominante nel prodotto, e via a scalare.

Come scegliere una crema spalmabile di nocciole?

Nel caso in cui stiamo cercando di acquistare una crema di nocciole, il primo ingrediente devono essere proprio queste ultime!

Dopo questo step, per confrontare due prodotti tra di loro, bisogna consultare i valori nutrizionali, ad esempio, la quantità di zucchero presente per 100g.

Riusciremo così ad avere una panoramica di ciò che stiamo acquistando (le creme di nocciola in commercio nelle grandi distribuzioni presentano al massimo tra il 45 ed il 60% di nocciole).

Ma se volessimo fare una scelta ancor più salutare?

Dobbiamo dirigerci verso le creme 100% frutta secca.

Sono composte esclusivamente da: mandorle, nocciole, arachidi, anacardi! Vengono tostati, frullati e sono pronti al consumo sotto forma di crema, per questo in realtà sono facilmente replicabili anche in casa.

Ovviamente in questi prodotti l’etichetta è decisamente semplice, e non ci sarà alcuno zucchero o olio aggiunto, ma la lista ingredienti sarà ad esempio, mandorle 100%.

Un aiuto nella gestione dei picchi glicemici

Inserire queste creme nella propria alimentazione in maniera mirata, può essere di aiuto nel gestire picchi glicemici: ad esempio, una gustosissima merenda con banana e crema di arachidi, la componente grassa degli arachidi, bilancerà il quantitativo di zuccheri naturalmente presenti nella banana.

Ogni crema, ha delle proprietà diverse a seconda del frutto che viene utilizzato

Mediamente una crema di mandorle in 100g contiene:

22g di proteine

55g di grassi

Le mandorle sono inoltre ricche di potassio calcio e magnesio

A confronto, una crema di arachidi contiene invece mediamente 29g di proteine, 50g di grassi e una quantità un pò più bassa dei micronutrienti sopra descritti.

Perchè queste creme dovrebbero essere inserite nell’alimentazione?

Prima di tutto perchè sono buonissime!!

Sono fonte di acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi, sono considerati grassi “buoni”, in quanto favoriscono la sostituzione del colesterolo LDL presente nel sangue, che è causa di infarti e di ostruzioni vascolari, con colesterolo HDL, il cosiddetto colesterolo “buono”.

Una dieta equilibrata, in particolare per le donne, deve prevedere e considerare l’utilizzo di “grassi buoni”, soprattutto per quel che riguarda la sfera della fertilità, poichè vengono utilizzati come substrati energetici durante la maturazione degli ovociti. Inoltre, contengono antiossidanti (es. Vitamina E), sostanze in grado di contrastare i radicali liberi e proteggere l’organismo dalla loro azione negativa come l’accelerazione dei processi di invecchiamento cellulare, o l’insorgenza di alcune patologie.


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6° storia – La gravidanza dopo un percorso di PMA. SI può vivere con tranquillità?

 

La storia di Carlo e Sveva

C’è un negozio sulla via principale del centro dove abito,   il negozio preso d’assalto dalle donne in gravidanza,  quello di nicchia,  dove qualunque cosa indossi ti senti una supermodella sul red carpet… con il pancione.

Quante fantasie su quel negozio… quante volte ho  sognato il giorno in cui sarei entrata con una certa fierezza inarcando la schiena a 360 gradi per mettere in evidenza la pancia e poter dire alla commessa “sì, si sono incinta”.

Be’ quel momento era arrivato e io per tutta la gravidanza l’ho evitato come la peste.

E’ assurdo, anzi ero io a percepirmi assurda,  quattro anni di saliscendi continui, di speranze, delusioni,  sacrifici. Avevo finalmente ottenuto il mio premio, il  mio meritatissimo premio-gravidanza, quindi per quale inspiegabile motivo non mi sentivo al settimo cielo? Me lo chiedevo continuamente.

Ricordo che durante quei quattro faticosissimi anni, vivevo l’idea di un bambino,  oltre che come la realizzazione di un sogno,   come  una vera e propria liberazione dal mio corpo infertile e da tutte quelle sensazioni  spiacevoli che mi avevano accompagnata durante quel periodo.

Il paradosso era che con la gravidanza quelle sensazioni spiacevoli si erano moltiplicate. Cercavo rassicurazioni continue  dai medici, facevo le stesse ecografie da più ginecologi, sembravo una specie di orfanella che vagava di porta in porta in cerca di qualcuno che le dicesse: “Stai tranquilla Sveva. Sta andando tutto bene.”

Poi c’era quel maledetto senso di colpa che mi martellava  nella testa;  se prima lo sentivo verso mio marito che stavo privando della possibilità di diventare padre, adesso era rivolto a tutte le donne infertili  del pianeta. Se prima mi chiedevo:  perché loro sì e io no? Adesso era:  perché  io sì e loro no? Se prima vivevo l’infertilità come un’ingiustizia, adesso sentivo di non meritarmi la fertilità.

Forse era proprio questo il punto, non capivo  più se fossi fertile o infertile, o meglio forse ero una donna infertile che era rimasta incinta grazie alla PMA… ma se non ci fossero stati più  trattamenti, stimolazioni,  ce l’avrei fatta da sola? Il mio corpo, che quando doveva dare la vita si era messo in pausa, avrebbe portato a termine il suo dovere? La verità è che ero terrorizzata dal sentirmi e dal mostrarmi felice agli occhi degli altri, ero convinta che nel momento in cui avrei abbassato la guardia, sarebbe successo qualcosa di terribile.

Percepii di essere arriva al limite, quando sentii un giorno Carlo parlare con il suo migliore amico  sul pianerottolo di casa. Si lamentava del fatto che sembrava non andarmi bene niente, prima con l’infertilità e ora con la gravidanza. Fu in quei giorni che iniziai a comportarmi in modo più “normale”:  comprai  dei vestitini, iniziai a toccarmi la pancia e a parlare ai miei bambini.

I gemelli nacquero l’undici settembre di due anni fa e con loro nacqui io come mamma.


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Percorso nutrizionale durante un percorso di PMA

Sempre più studi scientifici dimostrano quanto l’alimentazione possa influire sul tempo necessario al raggiungimento della gravidanza, sia in modo naturale che mediante fecondazione assistita.

Ma cosa può fare un percorso nutrizionale durante un percorso di PMA?

Gli obiettivi del piano nutrizionale durante il percorso di PMA sono:
ripristinare il microambiente intestinale;
supportare il sistema immunitario;
sostenere il microcircolo;
ridurre gli stati infiammatori;
fornire protezione antiossidante;
gestire l’equilibrio glicemico che ha un ruolo chiave nella funzione ovarica;
aiutare a prevenire o minimizzare gli eventuali disturbi quali gonfiore, stanchezza, ritenzione idrica e mal di testa che potrebbero presentarsi nel corso della stimolazione ormonale;
sostenere la crescita endometriale

Quando dovrebbe essere iniziato?

Idealmente, il percorso nutrizionale in questi casi dovrebbe iniziare circa tre mesi prima di una tecnica di fecondazione in vitro in modo da aver il tempo di agire durante lo sviluppo e maturazione dei follicoli all’interno delle ovaie e di de-tossificare il fegato, organo chiave per il metabolismo degli ormoni.

Quali sono gli alimenti che svolgono un ruolo chiave?

Sia il glucosio che gli acidi grassi svolgono un ruolo chiave nelle funzioni riproduttive, dunque il percorso nutrizionale deve apportare sia la giusta quantità di zuccheri, che non sia nè troppa nè troppo poca, e la giusta quantità e qualità di grassi.

Per maggiori info sull’importanza della nutrizione durante le fasi della nostra vita clicca QUI

Per maggiori info sulla Dr.ssa Gemma Fabozzi biologa esperta in Embriologia Clinica, Nutrizione e Fertilità e responsabile del Centro B-Woman clicca QUI


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Attività fisica e concepimento

Una delle domande più frequenti quando si prova ad avere un  bambino è: “Dovrei allenarmi o no”?

Molte donne entrano spesso  in confusione, perché viene detto loro  tutto il contrario di tutto: dall’“assolutamente no”,  al “ fare esercizio è ottimo ma solo in determinate fasi del ciclo”, al “va bene fare allenamento, ma non troppo”.

Il rischio è che la paura di sbagliare porti la donna a smettere di allenarsi, perdendo un’occasione preziosa per il recupero del  proprio benessere psico-fisico. Gli studi scientifici che mostrano gli effetti positivi che l’attività fisica ha sia sulla salute in generale che su quella riproduttiva sono ormai numerosissimi.

L’attività fisica regolare aiuta a prevenire alcune malattie croniche (cardiovascolari, diabete di tipo II, cancro al colon e al seno) e  ottimizza il tempo di concepimento; alcuni studi mostrano ad esempio, un minor tasso di fertilità nelle donne normopeso che conducono una vita sedentaria, altri sottolineano, come invece un’attività fisica  eccessiva abbia un effetto negativo sul ciclo mestruale e sull’ovulazione. Un altro ancora  mostra come i numerosi benefici dell’attività fisica influenzino positivamente la salute riproduttiva specialmente  nelle donne che soffrono di obesità, di Sindrome dell’ovaio policistico (PCOS)  e di  insulino-resistenza.

L’attività fisica quindi fa bene e questo vale anche per coloro che stanno affrontando un percorso di PMA, poichè oltre al mantenimento della propria forma fisica migliora l’umore, riduce l’ansia, facilita il sonno, aiuta il sistema cardiovascolare e  ha effetti benefici sulla salute riproduttiva.

E’ chiaro che il tipo di allenamento scelto debba essere moderato e non eccessivo.

Quindi:

– SI ad un esercizio moderato di 30 minuti al giorno, 3-4 volte a settimana;

– SI a camminata e jogging leggero, bicicletta e pesi leggeri;

– SI a yoga dolce e pilates, ma senza violente torsioni o inversioni;

– NO ad un allenamento eccessivo, poiché controproducente, in quanto aumenta invece che ridurre gli ormoni dello stress;

– SI al nuoto, ma senza girare bruscamente alla fine della corsia

– NO agli esercizi ad alto impatto con rapidi e bruschi cambiamenti nella posizione del corpo

 

Fonti:

  1. 2018 Physical Activity Guidelines Advisory Committee. 2018 Physical Activity Guidelines Advisory Committee Scientific Report. U.S. Department of Health and Human Services, 2018. https://health.gov/paguidelines/second-edition/report.aspx.
  2. Gudmendsdottir SL, et al. Menstrual cycle abnormalities in healthy women with low physical activity: The North-Trondelag population-based healthy study. J Phys Act Helath 2014;11:1133-1140.
  3. Warren NP, et al. The effects of intense exercise on the female reproductive system. J Endocrinol 2001;170:3-11.
  4. Mena GP, et al. The effect of physical activity on reproductive health outcomes in young women: a systematic review and meta-analysis. Hum Reprod 2019;25:542-564.
  5. Harrison CL, et al. Exercise therapy in PCOS: A review. Hum Reprod Update 2011;17:171-83.
  6. Legro R, et al. Randomized controlled trial of preconception interventions in infertile women with polycystic ovarian syndrome. J Clin Endocrinol Metab 2015;100:4048-4058.
  7. Best D, et al. How effective are weight-loss interventions for improving fertility in women and men who are overweight or obese? A systematic review and meta-analysis of the evidence. Hum Reprod Update 2017l23:681-705
  8. Rich-Edwards JW, et al. Physical Activity body mass index, and ovulatory disorder infertility. Epidemiolpogy 2001; 13:184-190.

 


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5° storia: Un percorso PMA con donazione di gameti, fare una scelta consapevole

 

La storia di Stefano e Nicole

Rientravo nel caso di azoospermia incurabile, già la parola “caso” mi faceva rabbrividire.

Non mi  sarei mai aspettato che il problema potesse essere il mio, o quantomeno non mi ero mai posto un problema di questo tipo. Forse è una delle poche domande che non mi sono mai preoccupato di rivolgermi, non ci pensi, se non ti succede niente, se non hai malattie, se tutto ha sempre funzionato bene, perché dovresti pensare di essere sterile? È come non toccare un grasso alimentare per una vita intera per poi ritrovarsi con il diabete.

Ammetto di essere stato un privilegiato nella vita, ho sempre avuto accesi  facili e validi sostegni, vivere l’infertilità  per me ha rappresentato la messa in discussione di tutto, per la prima volta era stato privato di qualcosa che davo per scontato. Partivo dal presupposto che la paternità potesse essere mia se e quando l’avessi voluto, anzi forse il problema è sempre stato il contrario: il pericolo di diventare padre troppo presto. Solo con mia moglie Nicole ho deciso di non attuare forme di controllo non ne avevano mai parlato apertamente, ma sapevo che lei un figlio lo desiderava, e a me l’idea non dispiaceva. Iniziammo il trattamento e ogni ciclo che falliva alimentava la mia paura che il nostro matrimonio non si sarebbe più ripreso. Avevo paura, dopo sei tentativi di Icsi falliti e quando ci venne prospettata come unica opzione la fecondazione eterologa, la mia paura aumentò. Ebbi quarantanove giorni di pensieri totalmente contrastanti, non riuscivo a sciogliere il nodo della matassa, temevo la perdita della mia linea familiare,  temevo che non avrei sentito quel bambino mio,  temevo la reazione della mia famiglia, cattolica, rigidissima, e poi dall’altra parte c’erano diversi “pro”, l’esempio di amici e conoscenti che si erano riconosciuti come padri nel legame con i figli delle nuove compagne, ad esempio, inoltre, questo tipo di percorso sarebbe stato frutto di una decisione comune. Non mi diedi tutte le risposte, scelsi pensando a mia moglie, fu quella la spinta. Ci vollero due cicli prima che arrivasse Tommaso nella nostra vita. Non fu facile.  Scegliere di avere un bambino con la donazione di seme ti porta a dover convivere con sentimenti ambivalenti che non si bloccano nell’immediato, ma persistono durante tutto il percorso è un viaggio che contiene strade che possono comprendere il dolore, la sofferenza e le paure per noi stessi e per la nostra compagna, ti portano a interrogarti sulla tua identità in quanto uomo, ti ritrovi a confrontarti con un mondo nuovo e sconosciuto, con termini nuovi mai sentiti prima e per quanto tu possa affidarti completamente allo staff medico, devi accettare che le paure persistano ed è naturale, altrimenti non saremmo umani. Ma poi a un certo punto il tempo e la genitorialità lasciano tutto questo sullo sfondo.  Con la nascita di  mio figlio il ricordo dell’infertilità era sfumato.

I consigli

Quando una coppia  scopre che l’unico modo per ottenere una gravidanza è attraverso la donazione di gameti, si trova a dover affrontare ed elaborare due lutti, il primo per la perdita della fertilità, il secondo per la perdita del legame genetico con il bambino. Questo tipo di percorso, infatti, non rappresenta la soluzione di un problema, ma un’alternativa al problema che non è stato possibile risolvere attraverso la PMA.  Scegliere di avere un bambino con donazione di gameti, significa:

sostituire il desiderio di genitorialità al desiderio di riproduzione;

significa abbracciare l’idea che la genitorialità sia rappresentata dal legame relazionale e non da quello genetico.

Non esistono consigli o suggerimenti generici per le coppie che sono incerte  nell’intraprendere o meno questo viaggio, questo perché proprio il tipo di percorso genera dubbi, preoccupazioni, interrogativi che assumono un significato diverso, specifico e  personale  per ogni coppia.

Importante

Ciò che è certo è che debba rappresentare l’alternativa migliore per entrambi e non solo per uno dei due, cosi come è fondamentale non lasciarsi intimorire dal  fattore tempo, arrivando a prendere decisioni affrettate per paura che dopo sia troppo tardi. Decidere di percorrere la strada della fecondazione con donazione di gameti, significa concedersi un tempo e uno spazio, il tempo giusto per maturare questa scelta con consapevolezza e lo spazio adeguato per tirare fuori tutto ciò che si prova e per  poter  poi  analizzare ogni tipo di timore o resistenza: dalla paura di non sentire il bambino come proprio, al dispiacere di avere un  bambino che non ci somiglierà fisicamente, al ruolo dell’epigenetica e dell’attaccamento, al dubbio se rivelare o meno al bambino le sue origini.

Questo consentirà alla coppia di arrivare ad una scelta, qualsiasi essa sia,  in maniera più consapevole, più autentica e  più libera. 


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