Sempre più studi scientifici dimostrano come fattori ambientali e comportamentali svolgano un ruolo chiave non solo per la prevenzione di numerose malattie ma anche per tutelare la propria salute riproduttiva.

Infatti, molti dei cibi che oggi mangiamo sono a stretto contatto con la plastica contenuta in oggetti quali pellicole, contenitori, e utensili da cucina che – è stato dimostrato – detengono sostanze tossiche (come il bisfenolo A (BPA) e gli ftalati) in grado di migrare negli alimenti durante il contatto (Vandenberg et al., 2007).

Il BPA è ampiamente utilizzato nella produzione di attrezzature sanitarie, compositi dentali, lenti a contatto, lenti per occhiali, giocattoli ma, soprattutto, è uno dei materiali a contatto con gli alimenti, poiché viene utilizzato per la fabbricazione di materiali plastici come imballaggi, utensili da cucina e pareti di lattine per isolare il cibo dal metallo, impedendone la corrosione. Gli ftalati sono un gruppo di sostanze chimiche sintetiche presenti in oggetti comunemente usati come attrezzature per l’imballaggio, imballaggi per alimenti e bevande, parti automobilistiche, nei giocattoli per bambini e nei prodotti di consumo e cosmetici che vanno dagli spray per capelli e profumi ai pesticidi, adesivi e lubrificanti o come eccipienti incorporati nel rivestimento enterico dei farmaci orali e negli integratori alimentari che vanno da alcuni oli di pesce ai probiotici.

Sia il BPA che gli ftalati sono noti “interferenti endocrini”: cioè sostanze che possono mimare, interferire o bloccare la normale attività ormonale di un individuo. Ad esempio, possono interagire con i recettori degli estrogeni endogeni (ERα ed ERβ), stimolare la loro produzione e/o alterare la secrezione delle gonadotropine (gli ormoni responsabili del funzionamento del sistema riproduttivo) e, dunque, interferire con la fertilità.

Diversi sono gli studi che hanno evidenziato la correlazione tra l’esposizione a BPA e la fertilità, soprattutto nelle donne.

La Rocca e colleghi (2014) hanno misurato la concentrazione sieriche di BPA nelle donne fertili e infertili e hanno osservato che la concentrazione media di BPA era due volte più elevata nelle donne infertili rispetto a quelle fertili (10,6 contro 4,8 ng ml-1) riferendo che era stata osservata una significativa associazione con infertilità per BPA in donne provenienti da aree metropolitane (concentrazione media nel plasma sanguigno 19,5 ng BPA ml-1; OR = 8,3; IC al 95% = 1,7–52,1), un dato invero già precedentemente emerso da uno studio Italiano (Caserta et al., 2013).

Diversi studi hanno messo in luce che il BPA potrebbe svolgere un ruolo importante nella patogenesi della sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), un disturbo endocrino e metabolico che colpisce tra il 5 e il 10% delle donne in età riproduttiva e che rappresenta una delle cause femminili di infertilità, caratterizzato da cicli anovulatori ed iperandrogenismo. Takeuchi ed il suo gruppo già nel 2004 avevano osservato che la concentrazione di BPA nel siero delle donne con PCOS era significativamente più alta (P <0,05) rispetto a quelle senza (1,05 vs. 0,71 ng ml 1). Risultati simili sono stati poi ottenuti dal gruppo di Kandaraki (2011) che ha dimostrato che le donne con PCOS avevano livelli molto più alti di BPA nel sangue rispetto al gruppo di controllo delle donne sane (1,05 ± 0,56 vs. 0,72 ± 0,37 ng ml 1, P <0,001), una tendenza osservata anche nelle adolescenti donne (13-19 anni) (Akin et al., 2015); inoltre la concentrazione sierica media di BPA nel gruppo PCOS è risultata significativamente più alta (P <0,001) rispetto al controllo (1,1 ng ml 1 IC 95%: 1,0–1,2 rispetto a 0,8 ng ml 1 IC 95%: 0,6-0,9). Ancora, Wang e colleghi (2017) hanno suggerito l’ipotesi secondo cui l’aumento delle concentrazioni di BPA nel fluido follicolare delle donne con PCOS potrebbe svolgere un ruolo importante nella sua patogenesi attenuando l’espressione dell’aromatasi nelle cellule di granulosa.

Una recentissima metanalisi del gruppo di Wen e colleghi (Wen et al., 2019) che ha analizzato ben 30 studi epidemiologici, ha mostrato come specifici interferenti endocrini quali BPA e ftalati o i loro metaboliti sembrano favorire l’insorgenza anche di un’altra patologia correlata all’infertilità, l’endometriosi, mentre altri autori hanno correlato l’esposizione al BPA alla presenza di fibromi (Pollack et al., 2015; Shen et al., 2013).

Anche diversi studi condotti su donne sottoposte a trattamenti di fecondazione in vitro (IVF) hanno dimostrato che i livelli di BPA sono inversamente associati ai livelli di estradiolo, numero di ovociti recuperati, maturità ovocitaria, tassi di fecondazione e qualità degli embrioni, oltre che a livelli più bassi di estrogeni circolanti probabilmente in relazione al fatto che il BPA agisce interferendo con i recettori degli estrogeni (Bloom et al., 2011; Ehrlich et al., 2012; Mok-Lin et al., 2010; Fujimoto VY et al., 2011; Bloom et al., 2011).

Infine, si è visto che gli ftalati nelle donne agiscono negativamente sul processo di follicologenesi che porta alla formazione dei follicoli durante il ciclo ovarico all’interno dei quali si trovano gli ovociti, alterando la progressione dello sviluppo, la maturazione finale dell’ovocita, inibendo potenzialmente l’ovulazione o portando ad atresia i follicoli. E’ stato dimostrato inoltre che gli ftalati possono interferire con la steroidogenesi, processo mediante il quale vengono prodotti gli ormoni sessuali, e nelle donne esposte costantemente ad alti livelli di ftalati per motivi lavorativi è stata osservata a una riduzione dei tassi di gravidanza e ad alti tassi di aborto spontaneo (Hannon et al., 2015).


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